Simenon & Maigret a tavola

Simenon e Maigret: L’Investigazione passa per la Tavola

Il Commissario Jules Maigret non è stato soltanto un valente funzionario della Polizia Giudiziaria, ma anche, e per certi versi soprattutto, un autentico e raffinato buongustaio. Georges Simenon, con la sua prosa asciutta ma evocativa, si sofferma spesso per intere pagine sulle abitudini culinarie del suo personaggio, elevando il cibo da semplice contorno a elemento cardine dell’indagine stessa.

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In romanzi come L’impiccato di Saint-Pholien, un piatto di cozze con patatine fritte — tipico del Belgio e di Liegi, terra d’origine dello scrittore — diventa parte integrante della narrazione. Allo stesso modo, ne La Casa dei Fiamminghi, la Torta di Riso si trasforma in un vero e proprio refrain gastronomico che scandisce i tempi serrati dell’inchiesta, offrendo al lettore una bussola sensoriale nel labirinto del mistero.

Per Simenon, la figura di Maigret è sovente un pretesto per intraprendere un viaggio nella cucina popolare: quella fatta di ingredienti poveri ma genuini come fondi di prosciutto, coste di sedano, lardo, crauti e salsicce. Sono questi elementi che, amalgamati sapientemente, danno vita a piatti dai nomi altisonanti come la Choucroute alla Parigina, esempio sublime di come l’ingegno della “povera gente” sapesse nobilitare il riciclo alimentare.

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Dalle ricette amorevolmente preparate da Madame Maigret tra le mura di Boulevard Richard-Lenoir, ai piatti serviti alla Brasserie Dauphine (celebre per i suoi formidable di birra), Simenon ci “ammansisce” con decine di riferimenti gastronomici tra un omicidio e un furto. Questa attenzione non è sfuggita a Robert Courtine, celebre gastronomo di Le Monde e accademico di Francia. Courtine vide nei romanzi di Simenon la codifica di una cucina d’oltralpe che rischiava di andare perduta, decidendo di salvarla dall’oblio attraverso le sue opere.

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Simenon stesso, in una lettera a Courtine, lo definì “l’ultimo classico”. Per lo scrittore, la “cucina di casa” rappresentava un imprinting indelebile, una sorta di Madeleine proustiana. In Un Banc au Soleil, Simenon rievoca con nostalgia i locali frequentati dai cocchieri e dagli habitué, dove il bancone era di stagno e si mescevano vinelli locali prodotti dai parenti degli osti, lontani dai circuiti commerciali dei mercati generali di Bercy.

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“Il menu era scritto su una lavagnetta e comprendeva un solo piatto, oltre alle sardine e al sedano bianco. Dalla cucina si diffondeva un profumo tale che non era necessario leggere per sapere cosa ci fosse da mangiare. È da allora che mi è rimasta la passione per le andouillettes alla griglia, lo stracotto di manzo, il fricandò all’acetosella: tutti piatti che ho poi fatto apprezzare al bravo Maigret.”

Non è un caso che una delle figure femminili più costanti nella vita di Simenon sia stata Boule, la governante-cuoca che lo seguì ovunque, dall’Ostrogoth fino in Arizona. Per l’autore, la cucina era pura ispirazione: basti pensare all’isola di Porquerolles, eletta a sede di numerose inchieste forse al solo scopo di poterne descrivere, tramite la voce di Maigret, le eccellenze gastronomiche.

Simenon paragonava l’amore alla maionese: “o riesce, o non riesce”. La sua donna ideale, in questo senso, era Madame Maigret, custode silenziosa del focolare e dei segreti culinari. Alla morte dello scrittore nel 1989, undici ristoranti francesi da lui amati decisero di onorarlo apponendo una targa: “A ricordo di Georges Simenon, questo è il posto del Commissario Capo Jules Maigret, ospite d’onore e raffinato buongustaio di questa casa”.

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Ognuno di questi locali continua a servire uno dei piatti prediletti dal Commissario: a Le Petit Tonneau si può gustare la Torte Campagnarde, da Chez Leon la Punta di Maiale con Lenticchie, mentre a La Taverne di Henri-IV, situata proprio all’ombra della Prefettura, non mancano mai l’affettato misto e il vino della casa. Un’eredità gastronomica che rende immortale il legame tra la letteratura e il piacere della tavola.